Fonte: Il Sole 24 Ore – di Luca Orlando   – 08 gennaio 2019

Un’azienda di Milano, un’altra a Bologna. L’elenco delle imprese italiane premiate nell’ultimo bando di Bruxelles dedicato all’innovazione delle Pmi si ferma purtroppo qui. Dal varo dello strumento si tratta per noi del peggior risultato, che tuttavia non fa che approfondire il trend negativo avviato in coincidenza del varo delle nuove regole.

Per la vittoria nella Fase due dei fondi Horizon 2020 (Sme instrument) , quella che prevede i contributi a fondo perduto più significativi, fino a 2,5 milioni di euro, dallo scorso anno non basta più la presentazione scritta del proprio progetto, che deve ora anche superare un colloquio diretto con la commissione giudicante. Impatto e novità dell’innovazione assumono un peso maggiore rispetto al passato, con un focus più spinto sulla valutazione del business plan, esaminato attraverso un dialogo in inglese da un team che include non solo imprenditori ma anche gestori di fondi di venture capital e business angels. Cambiamenti che chiaramente non hanno premiato le nostre imprese, il cui tasso di successo si è drasticamente ridotto: delle 71 aziende premiate nell’ultimo bando sono solo due le italiane, una quota del 2,8% che ci spinge decisamente in basso nella classifica.

Guardando ai risultati storici della Fase 2, prima del varo delle nuove regole l’Italia era infatti al secondo posto per numero di aziende premiate (113) e al terzo posto (109 milioni) per controvalore di risorse a fondo perduto intercettate. In media l’Italia valeva il 12,5% del totale in termini numerici, il 9,2% in controvalore.
Nel 2018 queste percentuali si abbattono drasticamente, passando rispettivamente al 7,4% (20 imprese su 269) e al 5,3% (24 milioni su 450 erogati), con l’ultima call di ottobre a realizzare i risultati peggiori. Non un caso isolato, tuttavia, perché delle quattro call finanziate lo scorso anno solo in un caso (10 “vittorie” su 68) il tasso di successo italiano è stato in linea con i risultati precedenti mentre negli altri tre bandi i dati sono stati deludenti. Se limitiamo l’analisi allo scorso anno l’Italia è relegata alla decima posizione, alle spalle non solo della “solita” Spagna, regina incontrastata in questi bandi, ma anche dell’intero blocco nordico (Svezia, Finlandia, Norvegia, Danimarca) oltre che di Germania, Francia, Olanda e persino Israele, tra i beneficiari maggiori del cambio delle regole. Risultati che spingono verso il basso le medie rispetto all’intero arco temporale, dove ora per somme conquistate a fondo perduto scivoliamo dal terzo al quinto posto, superati da Francia e Germania. In sintesi: se lo scorso anno fossimo stati in grado di mantenere le performance precedenti, a “vincere” sarebbero state 33 e non 20 aziende, con 41 e non 24 milioni conquistati. Tra le possibili spiegazioni della recente debacle vi è anzitutto il peso attribuito alle innovazioni, con una preferenza maggiore rispetto al passato per gli aspetti più “disruptive”, dove tipicamente l’Italia non brilla. Altro nodo è la lingua del colloquio, l’inglese, dove gli italiani non primeggiano. Può essere solo una coincidenza, ma Olanda e paesi nordici occupano cinque delle prime otto posizioni nel ranking mondiale (EF) di conoscenza dell’inglese, l’Italia è appena 34esima. Spiegazioni comunque parziali, perché anche dove le regole di base non cambiano (Fase 1, 50mila euro a progetto) l’Italia non riesce a tenere le posizioni, passando dal 15,6% al 10,1% in termini di successi numerici.
Correre ai ripari, per quanto possibile, è comunque urgente: nel 2019 il programma mette a disposizione 555 milioni (482 nella Fase 2) , nel 2020 il budget salirà oltre i 600 milioni.